PREMESSA.
Il presente lavoro vuole essere un agevole Supporto, che fornisca
notizie e indicazioni essenziali per chi si appresta per la prima
volta alla visita del sito di Pantalica. L'itinerario proposto è
lungo circa km. 9, presenta un dislivello di m. 200, è percorribile
nell'arco di una giornata ed è circolare, consentendo di
ritornare al punto di partenza. Non presenta difficoltà di
rilievo ed è stato collaudato più volte dai volontari
del WWF locale che, fra i tanti gruppi accompagnati, lo hanno percorso
insieme a Grazia Francescato, Presidente del WWF Italia.
PANTALICA. C'è un luogo che la natura, prima, e la storia,
poi, hanno reso tra i più affascinanti della Sicilia: Pantalica.
Lo custodisce un territorio che offre scenari, ora dolci e pianeggianti
(altipiani), ora aspri e verticali (canyon), con grande varietà
di ambienti - aridi tavolati calcarei, spettacolari resti di bocche
vulcaniche, distese di colate laviche, valli umide verdeggianti:
i monti lblei. Del territorio ibleo Pantalica rappresenta l'aspetto
più caratteristico, il paesaggio delle "cave" nome
con cui vengono chiamate qui le valli fluviali. Il nostro itinerario
inizia laddove si interrompe la carrozzabile (lunga km 6), che da
Sortino conduce a Pantalica. In alternativa, lo si può percorrere
partendo dall'ingresso di contrada Fusco, dove si lascia l'auto.
Da qui in pochi minuti si arriva presso la seconda galleria. Si
svolta a destra, senza entrare nel tunnel, e, dopo una breve discesa,
si guada il corso d'acqua. Seguendo una stradella in salita si perviene
nel tratto finale della provinciale Sortino-Pantalica. Subito lo
sguardo è attratto da un magnifico panorama: l'Anapo, sulla
nostra sinistra, e il Bottiglieria (Calcinara), a destra, delimitano
la collina di Pantalica e si incontrano ai nostri piedi. La natura
è selvaggia e solenne. Si comincia a scendere per una vecchia
mulattiera compresa fra due muretti, che segue le curve della valle:
il mormorio del torrente sottostante accompagna i nostri passi.
Dopo un centinaio di metri la nostra attenzione è attratta
da un'enorme cavità naturale, che si erge dall'alveo del
torrente: si tratta della Grotta dei pipistrelli, detta una volta
della Meraviglia. Il nome deriva dalle numerose colonie di pipistrelli
che vi trovano rifugio: qui e nella vicina valle dell'Anapo è
stata segnalata gran parte delle specie presenti in Sicilia, tra
cui la rara nottola gigante. Ci troviamo in un luogo che gode del
dolce clima mediterraneo, ma che diviene afoso in estate nelle ore
di maggiore calura. Qui prosperano l'ulivo e il mandorlo, mentre
il carrubo, tipico di regioni molto calde, ci ricorda che il Nord-Africa
non è poi cosi lontano. Lungo il cammino, possiamo scoprire
i colori, gli odori, le forme della flora mediterranea: il lentisco
e l'alaterno, arbusti sempreverdi, la ruta puzzolente, l'euforbia
arborea dai colori mutevoli con le stagioni. Sulle rupi rivolte
a Sud, su cui è scavata la mulattiera, crescono la bocca
di leone siciliana, l'erica, il cappero, la putoria delle rocce
(in Sicilia esclusiva degli ambienti rupestri iblei) e la valeriana
rossa. Oltrepassata l'ansa del Bottiglieria, alla nostra destra,
compaiono delle aperture dalla forma squadrata: sono le tombe a
grotticella artificiale della necropoli.
LA SEPOLTURA. L'usanza delle popolazioni preistoriche della Sicilia
di seppellire i defunti all'interno di grotticelle scavate nella
roccia, risale agli inizi del III millennio a.C.. All'interno, uno
o più defunti venivano posti rannicchiati in posizione fetale,
insieme al corredo funebre. Questo era costituito da vasi di ceramica
e da oggetti in bronzo (rasoi, fibule, coltelli e specchi}, usati
dal defunto in vita. L'apertura della tomba era chiusa mediante
pietre sovrapposte o con una lastra di calcare. Dopo pochi passi,
un'ampia parete verticale con una grande concentrazione di loculi
si impone dinanzi a noi: è la necropoli Nord.
LE NECROPOLI. Le 5000 tombe sparse lungo i fianchi della collina
sono state raggruppate dagli archeologi in base alla posizione geografica,
alla tipologia e alla supposta espansione cronologica in cinque
complessi cosi definiti: Necropoli Nord-Ovest, Nord, Cavetta, Sud
e Filiporto. La necropoli Nord, la più grande per numero
di sepolcri (1500 ca.), è la più antica insieme a
quella di Nord-Ovest; entrambe hanno dato il nome di Pantalica Nord
al primo insediamento e alla cultura corrispondente che interessò
gran parte della Sicilia orientale. E' da questo lato della collina,
infatti che il grande archeologo P. Orsi estrasse, alla fine del
secolo scorso, molti dei reperti che permisero di svelare il mistero
di Pantalica. Tra questi compare per la prima volta la fibula in
bronzo ad arco di violino e ad arco semplice. Tra le ceramiche spicca
il vaso su alto piede, decorato con fitte scanalature e dipinto
con colore rosso lucido. L 'insediamento di Pantalica risale al
XIII sec. a.C. (tarda età del bronzo} e si protrae per cinque
secoli fino all'VIII sec. a.C.. Mentre si scende l'ultima serie
di scale, può accadere di vedere un gruppo di piccioni selvatici,
che sfuggono forse al loro predatore, il falco pellegrino. Questo
rapace, sebbene diffuso in tutto il mondo, è sempre più
raro e la valle dell'Anapo costituisce un importante sito riproduttivo
di questa specie. Un altro rapace, l'aquila del Bonelli, scomparsa
come nidificante nell'area, può essere vista solo in occasione
di qualche sua sortita da queste parti. Giunti presso il torrente,
è possibile fare una deviazione per raggiungere le sorgenti
del Bottiglieria. Si attraversa il torrente e si svolta a destra,
dietro estese formazioni di rovi, camminando in direzione di una
enorme caverna (Grotta del Bottiglieria) e in seguito guadando più
volte il corso d'acqua. Superata l'ultima curva della valle, si
prosegue tenendo il torrente sulla sinistra. Il magnifico bosco
che si poteva attraversare, è stato distrutto da una malattia
che colpisce il platano orientale, albero comune nelle "cave"
(canyon) iblee. Qui non è raro vedere il più bel serpente
italiano, il colubro leopardino, che presenta una colorazione grigia
con macchie marroni. Dopo aver raggiunto le sorgenti, si ritorna
sui nostri passi. Nel punto in cui il sentiero prosegue nel versante
opposto della valle, notiamo le rovine di una costruzione sommersa
dall'edera: è tutto quel che resta di un mulino per la produzione
della polvere da sparo.
IL MULINO DELLA POLVERE DA SPARO. Il mulino era attivato dall'acqua
di una condotta ricavata nella roccia. Gli elementi per la fabbricazione
della polvere da sparo erano ricavati da materiali presenti nel
luogo: la potassa dal legname bruciato, la calcite dalle umide pareti
delle grotte e i nitrati dall'abbondante sterco (guano) dei pipistrelli.
Nel comprensorio di Pantalica una volta erano presenti molti di
questi mulini. La roccia è stata dappertutto scavata dalla
natura, oltre che dall'uomo: essa si presenta bucherellata e solcata,
per l'azione dell'acqua piovana, ma non mancano forme più
vistose di erosione, come inghiottitoi, che mettono in comunicazione
l'altopiano con le grotte site nei suoi fianchi, e rupi, che ricordano
le sembianze di un animale o di un profilo umano. Mentre si sale,
sono visibili dei grandi cameroni intagliati nella roccia: sono
le abitazioni rupestri del villaggio bizantino del Crocifisso, che
prende il nome dalla chiesetta rupestre situata più in alto.
L'ORATORIO BIZANTINO. Sottomesso al sentiero e chiuso da una grata,
l'oratorio del Crocifisso conserva tracce di dipinti murali. Di
fronte all'ingresso e riprodotta una crocifissione; accanto si intravede
una figura femminile, la Vergine, dipinta in rosso. Queste testimonianze
della cultura bizantina in Sicilia sono opera di gente di lingua
greca e religione ortodossa, che si insediarono a Pantalica tra
il IV e I'VIII sec. d.C.. Lasciato l'oratorio, ci veniamo a trovare
nel punto in cui i due versanti della valle sono più vicini.
Se si guarda bene, sul ciglio del burrone, si notano dei blocchi
di pietra: sono i resti di un ponte che in epoca bizantina permetteva
di scavalcare la valle. La mulattiera arriva, infine, nella strada
che conduce a Ferla. Qui a sinistra, un sentiero in discesa ci permette
di raggiungere la grotta, detta Trovata, una delle poche ad avere
stalattiti. In una posizione da capogiro sulla valle dell'Anapo,
questa grotta presenta un'apertura ridotta, in cui risulta malagevole
entrare e che immette in un'ampia cavità, prolungantesi per
280 m in stretti corridoi. Ritornati sulla strada asfaltata, dopo
pochi passi si arriva presso la necropoli Cavetta: oltrepassato
un ponte, un sentiero a sinistra scende per ca. 300 metri fino a
un belvedere. Da qui si può osservare meglio lo sviluppo
di questa necropoli di ca. 350 tombe, in prevalenza a pianta ellittica
(VIlI sec. a.C.). Lo specchio d'acqua che si ammira dall'alto appartiene
all'Anapo, che subito dopo riceve le acque del Bottiglieria. Ritornati
sul ponte, possiamo proseguire sulla strada, che dopo 1 km ci porta
all'Anàktoron o Palazzo del Principe. Se si vuole, si può
prendere a destra del ponte un sentiero poco visibile, che sale
ripido fino a incrociare la strada: dopo alcune centinaia di metri,
seguendo una sterrata alla nostra sinistra, si arriva all'Anàktoron.
L'ALTOPIANO. Ci troviamo sul pianoro della collina, che si presenta
arido, soprattutto in estate. In passato ricoperto da boschi come
gli altipiani circostanti e stato trasformato dall'uomo, con gli
incendi e il pascolo degli animali in una prateria priva di alberi
che si copre pian piano di cespugli. In taluni punti può
affiorare la roccia sottostante, poiché la terra è
stata trascinata via dalle piogge; tutto ciò rende questo
luogo arido e poco produttivo. Il paragone che qualcuno ha fatto
con l'Arizona non e poi così azzardato. Tanto più
che pure la fauna si avvicina, in un certo senso, a quella di un
deserto: abbondanti e vari sono i tenebrionidi insetti nerastri
tipici di luoghi aridi e diffuso e il congilo, lucertola con zampe
ridotte (limitata a Sicilia, Sardegna e Grecia), che ha tra i suoi
cugini, tipici scavatori di ambienti deserci. Per il resto, una
grande varietà di locuste, di farfalle (macaone, podalirio,
diverse cavolaie, cleopatra, megera, cecilia, vanessa del cardo
ecc.), uccelli come il passero solitario e il saltimpalo, roditori
(topi e istrici), rettili (tra cui il biacco, innocuo serpente nero)
e conigli vivono in questo ambiente.
L'ANÀKTORON E IL CENTRO ABITATO. Mentre tutto intorno ci
parla della morte, qui troviamo delle tracce della vita dell'insediamento.
Dei blocchi megalitici sono quello che resta di una costruzione
a pianta rettangolare, divisa in otto vani regolari Il tipo di roccia
che costituisce i blocchi è un calcare conchiglifero, più
duro di quello presente sul posto e fu prelevato a qualche chilometro
di distanza. La costruzione dell'edificio, che ricalca schemi tipici
dei palazzi micenei si fa risalire alla prima fase di Pantalica,
cioè al periodo 1270-1000 a.C.. Il ritrovamento, all'interno
del vano maggiore, di ceneri abbondanti di pezzi di bronzo e di
fuseruole per la fusione del metallo, fece dedurre all'Orsi che
qui fosse un'officina per la fabbricazione di armi e altri oggetti
di bronzo e che il Principe o Signore del luogo ne controllasse
l'attività. La presenza di alcune piante dell'Europa orientale
(spinaporci, salvione, salvia fruticosa), che crescono nei pressi
dell'edificio, accresce la somiglianza di queste rovine con quelle
di Delfi o Micene, in Grecia. Del centro abitato preistorico, fatto,
si presume, di capanne sostenute da pali di legno e situato sul
pianoro, non fu trovata traccia. I suoi abitanti vivevano di agricoltura,
pastorizia e sfruttamento dei boschi. Non mancavano artigiani esperti
nella lavorazione della ceramica al tornio e dei metalli. La comunità
doveva essere retta da un sovrano, che una recente ipotesi identifica
con il mitico re dei Siculi, Hyblon, ricordato dalle fonti storiche
come colui che concesse ai Greci di Megara di fondare una colonia
(Megara hyblea) nel suo territorio. Questo si estendeva da monte
Lauro fino al mare e ci piace immaginare le popolazioni indigene,
esperte nel ricavare oggetti corde, contenitori e medicine dai vegetali
nel produrre ottimo miele e nel cacciare la grossa selvaggina dei
boschi mentre portano al pascolo le greggi o si riuniscono sotto
un grande albero, venerato come una divinità. L'arrivo dei
Greci di Corinto e la fondazione di Siracusa nel 730 a.C. segnarono
l'inizio del declino di questo regno. L'itinerario prosegue a sud
dell'Anàktoron, per un sentiero in discesa: la prima diramazione
sulla sinistra ci conduce al villaggio bizantino detto di S. Nicolicchio.
S. NICOLICCHIO. È il più piccolo dei villaggi bizantini
di Pantalica; è esposto a Mezzogiorno e comprende alcune
abitazioni ricavate nella roccia allargando le preesistenti tombe
preistoriche. Una ringhiera in ferro ci permette di trovare l'oratorio
di S. Nicolicchio, nascosto da una balza rocciosa, che si affaccia
sulla valle dell'Anapo. Le figure che si intravedono al suo interno
rappresentano due santi: S. Elena, che regge con la mano destra
una croce gialla a contorno nero, e S. Stefano, meno visibile. Da
qui è possibile scendere all'Anapo, in 15 minuti ca., per
un ripido sentiero (spesso non visibile), che inizia dove c'è
un grosso macigno bucato da una tomba a grotticella e tagliato in
due parti. Se si ha voglia ed energia, si può, invece, risalire
al bivio precedente e svoltare a sinistra, per visitare il villaggio
bizantino di S. Micidiario e la necropoli di Filiporto. Il sentiero
prosegue a mezzacosta sul versante meridionale della collina, offrendo
ampie panoramiche sulla valle dell'Anapo, che ripagano della fatica
del cammino. Prima di raggiungere l'ultimo dei villaggi bizantini
di Pantalica, si nota sulla sinistra un sentiero che scende a valle:
è quello che faremo dopo la visita al villaggio.
S. MICIDIARIO. Ubicato nel lato Sud-Ovest di Pantalica, a strapiombo
sulla valle sottostante, è il più grande dei quattro
nuclei abitativi ed è composto da 150 abitazioni, cameroni
scavati nella roccia, più un oratorio detto di S. Micidiario.
La chiesetta rupestre, chiusa da una grata, ricalca lo schema delle
basiliche bizantine: infatti si può notare la volta simile
a un tetto a due spioventi le tre nicchie frontali suggerite dalla
pianta triabsidata delle basiliche e il presbiterio (spazio riservato
ai sacerdoti), costituito da un piano rialzato. Accanto all'oratorio
si aprono altri due vani che erano abitati da coloro che celebravano
il rito religioso. Più ad 0vest, su un anfiteatro naturale
scavato dall'Anapo, si trovano le 500 tombe della necropoli di Filiporto,
appartenenti all'ultima fase della vita di Pantalica. Sopra la necropoli,
l'altura di Pantalica si collega agli altipiani vicini con una striscia
di terra, la sella di Filiporto, dove passava l'unica via agevole
per entrare nel centro abitato. Qui in periodo greco fu scavato
un fossato, ancora visibile, per impedire l'accesso a Pantalica
.
Il vallone che delimita la sella a Nord è ricoperto da una
fitta vegetazione: in basso, si estende un bosco di leccio, distinguibile
per il colore verde scuro, mentre più in alto è visibile
il rimboschimento di pini (di un verde più chiaro) di contrada
Giarranauti. Terminata la visita alla necropoli, torniamo indietro
fino al sentiero oltrepassato in precedenza, che scende nel fondovalle.
Percorrendo questo sentiero, penetriamo nel cuore di questo luogo,
che è un esempio significativo del primitivo ed autentico
volto dei monti lblei, l'acrocoro roccioso circondato da due mari
e posto al centro del Mediterraneo. Ne intuiamo l'essenza attraverso
il paesaggio: pareti a picco e contrafforti, attorno a cui serpeggia
il corso d'acqua, spuntoni di roccia e cime tondeggianti, forre
impenetrabili. Possiamo carpirne i segreti osservando la vegetazione;
euforbia arborea, oleastro e carrubo, qui lontani dalla costa, diventano
gli artefici di macchie dell'interno e di boschi collinari; alaterno
e lentisco, di solito piccoli arbusti, qui raggiungono ragguardevoli
dimensioni; il rosmarino dall'odore gradevole cresce accanto alla
ruta nauseabonda; cespugli di erica e salvione interrompono chiazze
di prateria, dove allignano il barboncino (graminacea mediterranea),
l'asfodelo e la scilla marittima. Intanto senza accorgerci siamo
arrivati nel fondovalle.
LA VALLE DELL'ANAPO. Questa valle si presenta come un canyon dall'andamento
sinuoso, a tratti stretto e a tratti ampio, tipico di altipiani
emersi dal mare. Una sterrata, l'ex-ferrovia Siracusa - Ragusa -
Vizzini permette di percorrerla agevolmente. Il tratto compreso
tra Sortino (località Fusco) e Cassaro (località Mascà)
è gestito dall'Ispettorato Ripart. delle Foreste di Siracusa,
in quanto riserva naturale regionale. La varietà di ambienti
ivi presenti ne fa uno dei luoghi più ricchi di fauna e di
flora della Sicilia meridionale. E innanzitutto un ambiente umido,
dove svernano beccacce e porciglioni E una valle abbastanza integra,
dove il fiume offre cibo e rifugio al martin pescatore e al merlo
acquaiolo, e dove il bosco di platani delle rive ospita il rigogolo
e il codibugnolo di Sicilia (tutti uccelli rarissimi nell'isola);
altri animali si rinvengono nel bosco di leccio: il pettirosso,
il colombaccio, la farfalla egeria, che ricerca luoghi freschi e
ombrosi l'allocco, un predatore notturno non comune. È poi
un luogo impervio, in alcuni siti ancora selvaggio, in cui sopravvivono
la coturnice sicula, la vipera, più rara di quanto non si
creda, la martora, un carnivoro che qui non disdegna di saccheggiare
il miele delle arnie di ferula, mentre altre specie (capovaccaio
e nibbio reale) sono scomparse da pochi anni. Rimane invece avvolta
nel mistero la presenza del gatto selvatico e del gufo reale. Sono
presenti pure la lucertola siciliana, il toporagno e l'arvicola
di Sicilia, animali esclusivi dell'isola e abbastanza comuni. Le
differenze di clima tra i due versanti della valle, le vicende geo-climatiche
del passato e l'intervento dell'uomo hanno determinato una vegetazione
variegata. Nei cespuglieti troviamo, accanto a specie comuni piante
rare: l'ofride di Bianca (una graziosa orchidea), l'elicriso ibleo,
entrambi esclusivi dei monti lblei la ferula nodosa (è presente
in Grecia e in ltalia solo sugli lblei). Interessante è la
vegetazione delle rocce che comprende piante presenti solo sugli
lblei (il trachelio lanceolato), esclusive della Sicilia (perlina
di Boccone) oppure limitate a pochi territori del Mediterraneo (bocca
di leone siciliana, garofano rupicolo, silene fruticosa, costolina
levigata). Oltre alle specie mediterranee, nei tratti più
freschi e umidi della valle vivono piante che troviamo sulle alte
montagne siciliane. L'erba fragolina, la mercorella bastarda, l'euforbia
delle faggete, la felce scolopendria comune e l'orchidea elleborine
creano un sottobosco tipico dei boschi montani; l'angelica selvatica
nelle sponde ricche di muschi, la fusaggine e il carpino, nel fragore
di piccole cascate d'acqua, danno vita a uno scenario appenninico,
davvero unico in tutto il comprensorio. Arrivati a valle, ci incamminiamo
sulla sterrata verso ovest (a destra). Poco dopo il ponte, una stradella
scende al fiume, dove è possibile fare una sosta e rifornirsi
d'acqua in una piccola sorgente a Nord del ponte e a pochi passi
da esso . Questa è una delle tante sorgenti che alimentano
l'Anapo lungo il suo corso. Esso nasce nel versante meridionale
di monte Lauro, dove scorre in una valle ampia e poco profonda;
nella parte mediana (in cui ci troviamo), compresa tra Cassaro e
Sortino, scorre incassato fra ripide pareti verticali; nel tratto
finale, dove scompare sottoterra, attraversa la pianura di Floridia
e, dopo aver percorso in tutto 52 km, sfocia nel porto grande di
Siracusa. L'itinerario prosegue sulla sterrata nel senso della corrente
(verso est). Dopo ca. 800 m si nota, alla nostra destra, una stretta
gola confluente nell'Anapo; un sentiero più avanti ci conduce
all'interno della gola presso la fonte del Giglio, dove è
possibile vedere una pianta di epoche remote, presente solo sui
monti lblei: l'ortica rupestre. Ripreso il percorso principale,
si perviene all'edificio ristrutturato della ex-stazione di Pantalica,
oggi adibita a museo; sulla parete rocciosa, alle spalle del caseggiato,
è tracciata una piantina delle antichità di Pantalica,
risalente agli anni '30. Subito dopo la strada si divide; seguendo
il ramo di destra, se si guarda con attenzione a sinistra, ai piedi
della parete di roccia si intravede un apiario rustico, incassato
nella roccia e provvisto di una tettoia.
IL MIELE IBLEO. Si tratta di un'antica postazione di arnie, utilizzata
da molte generazioni. Qui a volte è possibile vedere ancora
un apicoltore locale, che ripetendo gesti antichi alleva le api
in arnie costruite con la ferula, secondo metodi che si fanno risalire
ai Siculi. Del miele di timo dei monti lblei infatti parlano gli
antichi poeti Teocrito, Ovidio, Virgilio, i quali elogiarono le
sue ottime qualità. La sterrata scavalca il fiume con una
passerella, offrendo magnifici scorci sul corso d'acqua. Lungo il
percorso possiamo scorgere trote e tinche abbondanti, che in inverno
forniscono cibo a qualche coppia di airone cenerino svernante; rane
e rospi, comuni nei luoghi umidi: il raro discoglosso dipinto, una
rana marrone con chiazze più scure, presente solo in Sicilia
e nella penisola iberica: raganelle, che si arrampicano sulla vegetazione,
e una moltitudine di variopinte libellule. Accostandosi alla riva,
se si è fortunati, si può incontrare la sfuggente
gallinella d'acqua, che al nostro minimo rumore emette un verso
di allarme, simile a un trombettio. Prima di attraversare la seconda
passerella, presso un tavolo di pietra all'ombra di un noce secolare,
volgendo lo sguardo in alto a sinistra, si può ammirare la
parte centrale della necropoli Sud, risalente al IX-VIII sec. a.C.
. Proseguendo, in prossimità della terza galleria, alla destra
dell'Anapo, si nota, su un pendio rivolto a Nord, un giovane boschetto
di leccio, una quercia sempreverde, che qui si associa con frassini,
carpini neri e biancospini. Il sottobosco in primavera è
caratterizzato dalla fioritura del doronico orientale, una composita
che nel resto della Sicilia si trova in montagna. Anche luì
piccoli e pettirossi qui nidificano a quote eccezionalmente basse.
0ltrepassata la galleria e il ponte successivo, la sterrata è
ora alla destra dell'Anapo. Lungo la strada notiamo il terebinto,
arbusto caducifoglio su cui viene innestato il pistacchio, il frassino
da manna (orniello), i cui fiori bianchi emanano un odore inebriante
in primavera, il nocciolo, qui non spontaneo, ma introdotto dall'uomo.
In prossimità della galleria seguente, lunga 200 m, si prende
il sentiero a sinistra, intagliato nella roccia e passante sopra
un laghetto. Si percorre così uno dei tratti più suggestivi
della valle, che permette di vedere la confluenza del Bottiglieria
(Calcinara) con l'Anapo. Lungo il Bottiglieria, circa 100 m a monte
della confluenza, vi è la presa d'acqua di un acquedotto
di epoca greca.
L' ACQUEDOTTO. Questo antico canale fu costruito da Gelone, tiranno
di Siracusa, nel 480 a.C. , impiegando i prigionieri cartaginesi
che aveva catturato nella battaglia di Imera. Esso portava le fresche
acque del Bottiglieria fino a Siracusa, dopo un percorso di 30 km
e fu distrutto dagli Ateniesi durante l'assedio di Siracusa. Il
tratto iniziale, ricavato interamente nella roccia, si è
conservato fino ad oggi mentre il resto fu ricostruito dai Gaetani,
marchesi di Sortino, nel XVI sec. e ancora oggi è funzionante.
Sulla parete rocciosa a sinistra dell' Anapo, a valle rispetto alla
confluenza, sono visibili delle aperture squadrate, che si susseguono
a intervalli regolari: sono le prese d'aria dell'acquedotto, che
facilitano il deflusso dell'acqua e permettono la periodica manutenzione,
occorrente per asportare i sedimenti di calcare. Il percorso continua
a livello del fiume, che qui si incunea in una stretta gola, caratterizzata
da laghetti e spiaggette di incomparabile bellezza. Più avanti,
dove il sentiero si immette in una strada in salita, si guada l'Anapo.
Si segue quindi una carrozzabile abbandonata, che ci porterà,
dopo 20-25 minuti di salita, fino alla strada Sortino-Pantalica,
dove abbiamo incominciato l'itinerario.
"Sacre Pietre"
l'agriturismo per
conoscere la tradizione di
Siracusa e della Sicilia
|